Susanna Parigi, con alle spalle collaborazioni con cantautori che sulle pagine di TraKs si possono nominare soltanto sottovoce (Riccardo Cocciante, Claudio Baglioni, Raf…) da qualche anno si muove con sicurezza con le proprie gambe e ha costruito una carriera sul proprio pianoforte, sull’insegnamento (al Conservatorio di Trento e allo studio Playsound di Milano) e su un genere che si è sostanzialmente inventata, il “pop letterario”. E ora ha deciso di far prevalere la parte letteraria su quella pop, pubblicando un libro, Il Suono e l’Invisibile, con l’aiuto del giornalista Andrea Pedrinelli. Abbiamo intervistato Susanna.

Partiamo da una questione molto semplice: come e perché nasce questo libro?

Ho iniziato a scrivere questo libro un po’ per condividere con altri certe riflessioni fatte in tutti gli anni di frequentazione della musica, da quando avevo tre anni e mezzo fino a oggi. Prima il conservatorio, poi i tour con Cocciante e Baglioni, poi i dischi da cantautrice e contemporaneamente l’insegnamento.

Un po’ anche perché mi trovo a volte in difficoltà con i miei allievi nel far capire cosa intendo quando parlo di invisibile, quando parlo del ruolo fondamentale delle intenzioni. Il rischio è di sembrare una delle “Donne esoteriche” di cui parlo in una delle mie canzoni, e non tutti sono portati naturalmente a questo tipo di approccio. Sentivo forte la necessità di far capire che anche la scienza per certi versi è arrivata a questa inevitabile evidenza delle probabilità.

Per questo ho dovuto per qualche momento nel libro accennare anche alla fisica quantistica. Per questo volevo portare degli esempi pratici perché iniziasse a passare il concetto che l’Invisibile non è cosa da creduloni, o persone particolarmente portate alla spiritualità, ma qualcosa che ci circonda quotidianamente e semplicemente i nostri sensi non arrivano a percepire. La musica gradualmente porta ad affinare le percezioni e a prendere coscienza di questo.

A quali lettori si rivolge?

La domanda è importante. Sono stanca di discorsi fatti tra persone che già conoscono quello che stai dicendo. Serve a poco. Mi sarebbe piaciuto orientare questo tipo di argomento non troppo semplice verso persone che amano la musica ma non hanno troppa dimestichezza con il linguaggio musicale. Magari sono solo ascoltatori appassionati, ma non suonano uno strumento. Non è neanche scontato in chi esce da un conservatorio il fatto di essersi confrontato con questi argomenti. Puoi benissimo muovere le dita a velocità impossibili ma non esserti mai fatto alcune domande. Io vorrei davvero che questo libro potessero capirlo tutti. Un po’ mi sembra di esserci riuscita, visti i primi commenti.

Perché avete scelto la forma dell’intervista, anzi, della conversazione tra amici?

Ha a che fare con la domanda precedente. Volevamo divulgare questo aspetto della musica. Se non toccavamo certi argomenti rischiavamo di rimanere troppo in superficie; se affrontavamo certe difficoltà tecniche rischiavamo di non essere capiti. La forma conversazione, che peraltro ha esempi illustri nella storia, ci è sembrato il modo migliore per alleggerire ed essere comprensibili.

Susanna Parigi, l’incomunicabilità perenne

Nel libro si parte dalla musica e si finisce per affrontare concetti di fisica quantistica, di sociologia, perfino di teologia. Avevi idea, quando hai accettato di collaborare al libro, che le vostre conversazioni vi avrebbero spinto così lontano?

Davvero no. Questa sensazione dell’Invisibile me la porto dietro da sempre. Ho sempre fatto musica con accanto qualcosa, dentro qualcosa, insieme a qualcosa che non riuscivo a decifrare. Scriverne però ha aperto dei mondi inimmaginabili, tanto che dicevamo con Andrea potremmo scrivere altri cinque libri. Perché in questo libro si danno degli spunti, lo dico chiaramente più di una volta.

Per approfondire bene ognuno di questi aspetti bisognerebbe affrontarli uno alla volta. Ma questo era voluto. Nel senso che mi sembrava ci fosse una specie di spazio vuoto tra la letteratura destinata alla musica classica, saggi per lo più di difficilissima lettura, e invece libri nell’ambito della musica cosiddetta leggera dove non si affrontano quasi mai certi argomenti. Come una sorta di incomunicabilità perenne dove molte cose interessanti vengono escluse da entrambe le parti.

Tra i concetti cardine del libro c’è anche il silenzio. In un’epoca sovraffollata di stimoli come la nostra, c’è ancora spazio per bolle di silenzio all’interno delle quali costruire i propri spazi musicali, o siamo condannati ad alzare indefinitamente il volume di quello che ascoltiamo, per superare il frastuono circostante?

Come sai nel libro parlo proprio di questo fenomeno che è la Loudness War. Ogni anno c’è un innalzamento del volume nell’industria discografica, ma tu mi insegni che dove tutti urlano non si capisce più niente, siamo tutti impermeabili alle zone sottili del suono. Questo porta al non ascolto, non ascoltare significa non capire, impossibilità di comunicare, di ragionare, di ritrovare uno spazio umano. Ecco perché praticare il silenzio, studiare il silenzio, richiedere violentemente il silenzio è fondamentale, semplicemente per star bene, non solo per ascoltare musica.

Visto che, oltre che suonarla, insegni musica, “ti tocca”: qualche consiglio praticabile per migliorare l’educazione musicale nella scuola italiana, posto che l’espressione “educazione musicale nella scuola italiana” abbia ancora un significato?

Hai ragione. Mi scontro ogni giorno con questa barbarie che confina il nostro paese nel sottosviluppo culturale. Ti porto solo un esempio, chiaro per tutti e molto semplice. Quello che insegno nella prima lezione fatta a un nuovo allievo, la maggior parte delle persone, adulti e bambini, non l’hanno mai sentito. Ti rendi conto? Nella prima lezione.

Cose di una banalità sconcertante come che la distanza più piccola tra due note nel nostro sistema musicale è il semitono, o che esiste la scala maggiore e la scala minore. La maggior parte delle persone non conosce neanche le note. Sono sette. Non ci vuole una scienza. Bene o male a scuola si compone un tema, una poesia, si disegna, ma nessuno insegna a creare la musica!

Io insegno al conservatorio di Trento e lì è più facile perché i ragazzi già suonano, ma a Milano collaboro con lo studio Playsound, una nuova struttura completa, sale prove, studio di registrazione e scuola, dove si cerca di fare musica in maniera diversa. Rimane il fatto che questo compito dovrebbe assolverlo la scuola dell’obbligo e non solo strutture private. Chi non ha soldi è destinato all’esclusione da questa meraviglia.