Måneskin, “Teatro d’Ira Vol. 1”: recensione e streaming

Vent’anni, una vittoria al festival e un carico di chiacchiere, gossip e polemiche perfino eccessivo, i Måneskin, prima di partire per l’Eurofestival lasciano giù il nuovo disco, Teatro d’ira – Vol. I. A distanza di due anni dal debutto con Il ballo della vita, doppio disco di platino, il nuovo disco costituisce il primo capitolo di un nuovo progetto più ampio che si svilupperà nel corso dell’anno.

Un percorso ambizioso partito dai singoli Vent’anni (disco di platino) e ovviamente da Zitti e buoni, brano con cui hanno vinto il Festival di Sanremo, che in pochi giorni ha raggiunto 18 milioni di streaming.

Scritto interamente dai Måneskin, il nuovo album è stato registrato tutto in presa diretta al Mulino Recording Studio di Acquapendente (VT), luogo da cui hanno presentato l’album con un minilive, rimandando alle atmosfere analogiche dei bootleg anni ’70, con l’idea e la voglia di ricreare la dimensione live vissuta dal gruppo nel loro primo lungo tour di 70 date fra Italia e Europa.

Måneskin traccia per traccia

Posta proprio in cima al disco, Zitti e buoni, onusta di gloria, si incarica di aprire il disco. La carica acidella del brano, per conto mio, è sempre frenata da un testo che proclama una diversità e un fuoriditestismo che è necessario urlare perché è un tantino insincero. Poi il pezzo ha comunque le proprie virtù soprattutto musicali.

Ed ecco subito una ballad: Coraline riporta sui territori in cui si muoveva Marlena. La parte elettrica arriva con calma, trasformando il pezzo da melodico in rock rumoroso anche se notturno.

Quasi rap e sicuramente crossover Lividi sui gomiti, che si fa aggressiva e fitta, confrontational come si fa nell’hip hop più che nel rock, ma con chitarre spianate e il drumming particolarmente vivo.

I wanna be your slave è un pezzo in inglese, che mescola istinti dance con suoni rock, buono come miscela, interessante come sviluppo ma a questi livelli collocare un brano in inglese in mezzo a un disco in italiano fa un filo strano.

Si torna alla lingua madre con In nome del padre, robusta, muscolare e sostanzialmente hard rock, che chiede distanza dal proprio deretano. Il pezzo è articolato e potente vibra forte e spacca.

Con un titolo che fa pensare agli Yardbirds, For Your Love è un secondo passaggio all’inglese, sentimentale ma molto picchiato. Acida e notturna, ecco La paura del buio, che ha qualche tocco di teatralità e una struttura non necessariamente semplice.

Si chiude con Vent’anni, sorta di excusatio, che prima non era petita e ora un po’ di più: il brano si sviluppa nel senso di una ballata in crescita e in allargamento. Ci chiuderanno i concerti, probabilmente, quando finalmente si potrà. “C’ho vent’anni e non mi frega un cazzo/c’ho zero da dimostrarvi”. Tutto sommato questa era più “sanremese” di Zitti e buoni, ma con quella hanno vinto e quindi bene così.

Hanno salvato il rock? Lo salveranno? Aveva bisogno di essere salvato? Chi se ne frega? Sarebbe il caso di non caricare di aspettative eccessive nessuno, figurati dei ragazzi (un paio dei quali con lo smarrimento del cerbiatto in tangenziale nello sguardo, fra l’altro) come i Måneskin.

Quello che è evidente perfino a uno scettico come me è comunque la crescita, soprattutto a livello musicale ma non solo, della band, che ha un’alchimia migliore rispetto all’esordio e lo dimostra bene. Si può crescere ancora un po’ in termini di testi (ma Damiano canta sempre bene e rappa anche meglio), si devono, per conto mio, lasciare da parte i testi in inglese che c’entrano poco con il resto della tracklist, si deve lavorare ancora un po’. Ma la giovane età consente loro di crescere tantissimo ancora. Loro a vent’anni sono all’Eurofestival, io a vent’anni tiravo sempre tutte le porte dove c’era scritto “spingere”. Ok, delle volte anche adesso.

Genere musicale: rock

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