Mogwai a Pavia: il report

I Mogwai, dei scozzesi del post rock, scendono alla conquista del Castello Visconteo di Pavia armati di suoni potentissimi e zero orpelli. Il concerto fa parte dell’Iride Fraschini Festival. Il pubblico presente non è foltissimo: ci sono file vuote, ma del resto i quattro profeti di Glasgow, qui arricchiti per il tour dal chitarrista-tastierista-percussionista Alex McKay, non sono proprio roba per tutti.

Dopo la partenza con Hunted by a Freak, scelta da un antico ma molto apprezzato Happy Songs for Happy People (2003) e già pregna di sensazioni stratificate e di luci blu, ecco il passaggio a Crossing the Road Material, che introduce all’ultima uscita Every Country’s Sun ed è quasi pop per le modalità del gruppo.

Si prosegue sulla stessa linea con Party in the Dark, sempre dall’ultimo lavoro e sempre tutto sommato “easy”. Qui si riscontrano evidenti problemi di udibilità del cantato. Ma è un problema che la band risolve molto facilmente: non canteranno più, per tutto il resto del concerto, dedicandosi con rabbia e protervia soltanto agli strumenti che imbracciano.

Le fluttuazioni elettriche della band sono ritmate ma fluide, spesso arabescate come i motivi quasi runici che ogni tanto sono proiettati dalle luci sul palco. Ci si esalta nei climax sonori sempre molto intensi, mentre la band propone brani del passato come I’m Jim Morrison, I’m dead o Rano Pano. Anche se viene da pensare a passare calate italiane del gruppo scozzese (per esempio una memorabile quanto oscura data all’allora Rainbow di Milano, anno 2004) in cui la band si era rivelata molto meno flemmatica e molto più devastante.

La formazione tre chitarre e basso peraltro alza presto un muro sonoro, costruito tutto sommato su linee semplici. Ma è con la semplicità dei forti che la band esplora il proprio repertorio dispensando giusto qualche “Thank you so much” fra un brano e l’altro. Asciutti, composti, spesso immersi quasi nel buio interrotto soltanto da fasci di luce colorata singola, che comunque mantengono i volti nell’oscurità (non bastasse, ecco la nebbia sparsa per tutto il set) i Mogwai fanno il possibile per far concentrare il pubblico sulla musica. Anzi, meglio, sul singolo suono, potente e calibrato e come diretto a ogni ascoltatore e spettatore singolarmente.

Barry Burns è più spesso alle tastiere che alla chitarra aggiuntiva, ma non per questo viene a mancare mai la potenza. Con il procedere dello show si lascia spazio anche a qualche momento più sommesso e concentrato. Mentre le zanzare infastidiscono anche i musicisti, si passa anzi, con McKay, a raddoppiare il contributo delle tastiere.

Poche le pause nel ritmo interno del concerto, che si “riposa” soltanto nei rari momenti ipnotici. A proposito dello show, comunque, va detto come gli spettatori siano tutti seduti come a teatro, con uno spazio di svariati metri vuoto di fronte al palco e perfino il divieto per i fotografi di transitare davanti al palco stesso, per non guastare la performance. Eccessivo, è evidente. Ma sacrale, da un certo punto di vista. Perché si tratta, a tutti gli effetti, di un rito sonoro, catartico e bisognoso di concentrazione.

Lo si capisce anche meglio quando il batterista scende dal suo scranno e, spalle alla folla, inizia a mantenere il ritmo regolare e ossessivo di Mogwai Fear Satan su un singolo tamburo, mentre intorno i compagni di brigata scatenano ora l’inferno norreno, ora altri tipi di sensazioni molto più moderate. Ma più spesso l’inferno norreno.

I bis ripartono dalle luci blu e dai toni contenuti. Si tratta tuttavia di uno stato di calma che non può durare e infatti non dura: New Paths to Helicon pt. 1 e We’re No Here chiudono il set con rumore e surrealtà. Come da consolidata abitudine, il finale si allunga sulle chitarre lasciate a giacere, ma programmate per continuare a risonare, anche una volta che la band ha abbandonato il palco.

Al termine del rituale, gli dei del suono scozzesi sono atterrati e ripartiti per altre mete. E giusto questa sera, l’Inghilterra del calcio è uscita dal mondiale di Russia per mano di un manipolo di balcanici vestiti di blu di Scozia. Se vuoi, puoi credere alle coincidenze.

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Testo e foto di Fabio Alcini