Motta, “Semplice”: recensione e streaming

Si intitola Semplice il terzo album di Motta, e il commento social che ne ha accompagnato l’uscita “L’ho fatto perché non potevo fare altro. L’ho fatto per me” riesce forse a spiegarne l’essenza molto meglio di quanto potremo fare nelle prossime righe. Che Francesco fosse un fuoriclasse si era ampiamente intuito fin dagli esordi, a cominciare dalla scelta asciutta delle parole alla cura maniacale dei suoni. Invecchiando, come il buon vino, ha aggiunto sfumature, ha accettato o lasciato andare, e si è innamorato. Di una donna, certamente, ma viene da pensare che sia limitante ridurne la dimensione.

Nelle dieci nuove tracce il grande lavoro di produzione è stato svolto, anche questa volta, dallo stesso Motta e da Taketo Gohara, ma fin dai primi brani si avverte un approccio differente. Il suono è pieno, stratificato, gli archi sono protagonisti degli arrangiamenti, ogni canzone sta bene in cuffia e suonerà meglio live, nelle preannunciate date estive a Milano e a Roma, e si spera anche altrove, Covid permettendo. Tra i musicisti coinvolti, molto presenti nella registrazione, il percussionista brasiliano Mauro Refosco (David Byrne , Red Hot Chili Peppers, Atom For Peace…) e il bassista Bobby Wooten (David Byrne) che hanno lavorato con Motta da remoto da New York.

Motta traccia per traccia

E come il mare alla fine vai dove vuoi andare / e come il mare alla fine fai quello che ti va
A te rompe il ghiaccio, parte in punta di chitarra e si lascia andare agli archi che ci accompagneranno poi durante tutto il percorso. Una pausa di riflessione, la consapevolezza di chi siamo diventati e di chi siamo, forse, sempre stati. Semplicemente così, senza nascondere il cuore, senza aver paura. Gli strumenti si prendono il loro spazio, fanno un po’ come il mare che accompagna, cullandoci, alla traccia successiva.

E se tornassi indietro ci proverei di nuovo anche se non son riuscito mai a cambiare niente / figuriamoci cambiare me
Primo singolo estratto, E poi finisco per amarti, arriva con la sua tagliente presa di coscienza: siamo contraddizioni costanti, crediamo sia più semplice fare rivoluzioni e ci perdiamo in un bicchiere d’acqua quando proviamo a metterci in discussione. Per amore vale la pena riprovare, suonare e cantare ancora. La musica è ancora protagonista, almeno quanto le parole, in un matrimonio equilibrato e unico.

Via dalla musica, dalle parole / da questo malato bisogno di attenzione / da questa finta guerra che faccio ogni volta
per poter scrivere una canzone

Via della Luce è un momento di raccoglimento, l’arrivo nella nuova casa, che sembra distogliere l’attenzione dagli arrangiamenti e dalle scelte sonore, per concentrarsi su cosa tenere, cosa lasciare andare, proprio come in un trasloco. Motta racconta delle sue finte guerre contro se stesso che somigliano prepotenti alle nostre: la voglia di scappare e il desiderio di tornare, la fretta e i tormenti che bloccano le parole. Sentita, emozionante, accompagna verso ciò che siamo e accende una luce su ciò che non siamo ancora stati.

E alla finе non ho più paura / di stare a cantare / qualcosa di normale
Per Qualcosa di normale Motta coinvolge la sorella Alice, già complice nell’esperienza con i Criminal Jokers. Una tenerezza a due voci che ricorda i brani di Rino Gaetano, nudi e sinceri. In ogni frase si celebra qualcosa, qualcuno: Roma, tra sampietrini e caffé, la normalità di una canzone d’amore, si prende atto che non bisogna aver paura di immaginare, di sperare. Di esserci per come siamo.

Abbracciami come abbracceresti i tuoi pensieri / con un ricordo da inventare e una canzone che non c’è
Il ritmo aumenta, fa venir voglia di ballare nonostante Quello che non so di te. Sa di vortice dell’innamoramento, sa di amore che ha ancora paura, sa di incertezza su cui a volte sembra difficile costruire ma che poi un po’ di incoscienza forse non sarà mica la fine del mondo, anche se le sirene in sottofondo non promettono nulla di buono.

Semplice / come la paura di conoscere me stesso / come ripetere una cosa chе ho già visto
Semplice, non facile. La title track suona le chitarre, vola con l’elettronica, sembra non avere tempo, spazio e genere di riferimento. La complicità è semplice, ridere è semplice, nascondersi è semplice. O forse lo sembra. Come tutto quello che non è. Una lunga parte strumentale accompagna verso l’uscita, mentre ancora sei lì a cercare di capire qual è il vero messaggio.

Se sono forte riesco a chiedere perdono / o se sono così stupido da farcela da solo
Ancora introspezione, ancora comprensione. Le regole del gioco sono semplici se ci sono i giocatori giusti al nostro tavolo. In un crescendo che fa venir voglia di restare anziché di scappare sempre, fa immaginare un passo a due tra le stelle.

Se fossi stato bravo a scuola magari invece che una chitarra / avrei capito meglio la mattina
L’estate d’autunno è uno di quei pezzi che ascolti una volta, poi lo rimetti perché non l’hai capito fino in fondo e poi finisci per ascoltare solo quello per almeno una decina di volta consecutive. Un loop. Ho sempre pensato che le canzoni fossero richiami e che se qualcosa attira la nostra attenzione è cosa buona e giusta dedicargliene. Così scopriamo che un pezzo apparentemente fresco racconta di destini, di appartenenze e origini, di scelte semplici e di emozione che per forza si deve seguire, di ineluttabilità e di fili rossi che uniscono fregandosene di chi non li capisce.

E tu come stai / dall’altra parte del tempo?
Dall’altra parte del tempo è un nuovo vortice, un tripudio di archi e di ammissioni di colpe che danzano insieme ed emozionano. I testi di Motta riescono a bilanciare perfettamente le armonie: le parole lette e le parole ascoltate cambiano quasi significato, si vestono di nuove sfumature e confezionano brani in equilibrio perfetto. Di chi sia la colpa, quale sia la colpa, sono solo dettagli.

Parlami della paura / di vivere insieme una vita sola
C’è spazio anche per Dario Brunori in questo finale: Quando guardiamo una rosa è il pezzo scritto insieme, che fotografa un momento storico e nello stesso tempo si applica a qualsiasi tormento. Inizia con la speranza, si chiude con un lungo strumentale cupo che in qualche modo segna una fine e un punto di partenza. Mi piace cavarmela, ma cavarsela è frutto di un movimento costante e lento, è figlio di cose perse e di emozioni semplici. Come l’amore.

Semplice si legge come un libro, ha dichiarato Motta in qualche intervista. Non so perché, ma in qualche modo mi è sembrato un videogioco, di quelli un po’ vintage con i quadri che cambiano a ogni livello: le tracce si susseguono, combattono i loro mostri, e in ogni canzone ci sono nuove abilità, consapevolezze, sentimenti e punti deboli da mostrare. L’obiettivo è quello di mettersi in salvo, di dire che è andato tutto bene, che il viaggio è stato difficile ma che ci siamo arrivati, insieme. Sembra impossibile, ma è una delle recensioni che più ha lasciato punti di domanda… Perché ognuno può dare la sua risposta, e la sensazione è che andrà bene comunque.

Genere musicale: cantautore

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