Hai deciso che, con la tua band, pubblicherai soltanto ep perché l’lp è morto? Prima leggi la storia degli Uto: gruppo di bellissime speranze a inizio anni 2000, vincitori di Arezzo Wave, e dal 2001 al 2005 pubblicano soltanto ep, suonando spesso in concerto sia di spalla a Guano Apes, Blonde Redhead, Marlene Kuntz, sia come headliners.

Poi però aprono uno studio di registrazione e si fermano, per otto anni. Non che sia per forza colpa degli ep, ma la band ci impiega appunto otto anni per arriva al primo lp, Animalidasalvare. E tra l’altro, arrivati in studio, buttano via tutto il materiale accumulato negli otto anni precedenti e riscrivono il disco da capo, in tre mesi. Eccolo qui.

Uto traccia per traccia

Il disco si apre con la non necessariamente aggressiva Squali, che parte morbidissima e poi si inacidisce con tirate di chitarra in progressione e un velo di malinconia che va a coprire tutto. E’ la traccia del basso a introdurci a Lunedì sera, che presto si fa rumorosa e intensa, con la batteria a occupare una buona fetta della scena e la chitarra ancor più acida.

Pittore minore prosegue il discorso elettrico, sempre con un certo tocco di disperazione, suoni di chitarra un po’ The Edge. La conta dei danni apre su un giro di chitarra che introduce al drumming che introduce ad altra chitarra, con la voce recitata a completare un pezzo cupo e molto serrato.

Milano/estate n.4 si rivela più calma di quanto prodotto finora, e con maggiori legami con la canzone d’autore classica (dal testo viene in mente qualcosa del primo De Gregori, quello più surreale). Si torna a discorsi molto più indie con Ormai Fabrizio vi ha fregato, che viaggia sui binari dell’alta velocità, con la chitarra che impazzisce ancora.

A cena dagli amici di Gioia si arrotola intorno a un giro di chitarra, seguendo un testo decisamente claustrofobico e inquietante, benché in fondo si parli di una cena tra amici (?). Percussioni e nuove chitarre fanno salire il discorso al piano di sopra a livello di volumi.

Si prosegue con Io ritorno domani, più tranquilla all’inizio, ma propensa a derive molto tirate. Anna è a Berlino parte piano, come spesso succede nel disco, ma come sempre la calma fornita dagli Uto è apparente, e sottintende una conflagrazione che non tarda mai troppo ad arrivare.

Si chiude con Primavera, tra uccellini e giri di chitarra acustica, ma non è proprio una stagione allegra quella cantata dalla band: la chiusa dell’album è, per scelta, calma ma parecchio malinconica.

Vista la quantità di buona ispirazione espressa dal disco, viene da chiedersi perché gli Uto abbiano aspettato otto anni prima di questo disco, ma evidentemente ogni band, come ogni persona, ha i propri tempi. Il risultato comunque è un disco che ha impatto, originalità, capacità di scrittura e cura del dettaglio. In una parola, tutto.

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