Woody Allen: alla ricerca di un senso

“Alcuni vedono il bicchiere mezzo vuoto, altri lo vedono mezzo pieno. Io ho sempre visto la bara mezza piena”.

Woody Allen, “A proposito di niente”

Ho appena finito di leggere A proposito di niente, l’autobiografia di Woody Allen. “E chi se ne frega”, diranno i miei piccoli lettori. E avranno anche un quarto di ragione. Però è un fatto che si tratti di uno dei personaggi più caratterizzanti e in certo senso simbolici della nostra epoca. Sia per quanto fatto sul grande schermo, sia per la sua vicenda umana e personale.

Vicenda umana che suscita tuttora controversie, benché si parli di persona che il 1° dicembre compirà 85 anni e che in certo qual modo dovrebbe ormai essere lontano nel tempo dai fatti di cui è stato accusato e scagionato a inizio anni Novanta. Ciononostante, proprio parlando dell’autobiografia in questione, il libro è uscito in Italia per La nave di Teseo e in molti paesi europei, ma non negli Stati Uniti, dove il movimento #MeToo e in particolare la famiglia di Mia Farrow ne hanno bloccato la pubblicazione, prevista per Hachette. Anche Amazon ha deciso di non onorare il contratto con Allen, che ha intentato una causa da 80 milioni di dollari.

Il libro, del resto, è in qualche modo “figlio” di queste controversie: Allen ci tiene a raccontare la sua vita, è ovvio, ma è trasparente soprattutto la volontà di scagionarsi una volta per tutte dall’accusa di aver traviato la sua attuale moglie, Soon Yi, figlia adottiva di Mia Farrow e più giovane di lui di 35 anni. I due furono colti sul fatto per colpa di alcune foto esplicitamente sessuali che si erano scattati e che lasciarono in giro, poi la relazione proseguì e dura tuttora, regolarizzata con un matrimonio e l’adozione di due bambine.

Ancor peggio, Allen fu accusato di aver avuto una condotta ai limiti della molestia nei confronti di un’altra figlia adottiva di Mia, Dylan, di soli 7 anni. I processi e le perizie mediche hanno stabilito che la violenza non ci fu e che Mia era una genitrice molto meno perfetta di quanto amasse far apparire e nel complesso molto discutibile, tanto da aver sostanzialmente imposto a Dylan di dichiarare di aver subito attenzioni inappropriate. Ma il fango di questo tipo non si lava mai del tutto.

E il sospetto che comunque Allen abbia avuto comportamenti ambigui o non appropriati nei confronti delle figlie di Mia non è proprio facilissimo da cancellare dalla testa altrui. Nonostante gli sforzi consumati pagina dopo pagina.

Ridurre però il volume a una mera autodifesa sarebbe comunque un errore. Woody racconta se stesso, e si racconta bene, con poca voglia di autocelebrarsi. Anzi curiosamente fa di tutto per sminuirsi, per minimizzare i propri successi, diventando talvolta feroce auto-critico, per esempio quando parla delle proprie (scarsissime, a suo dire) abilità di jazzista.

“Il narcisismo è una trappola e una perdita di tempo”.

C’è autocompiacimento nell’autocritica, molto frequente e particolareggiata. Forse la si può leggere come una forma diversa di egocentrismo. Ma Allen parla apertamente anche di alcuni attori che ha deluso, come Christopher Walken. Racconta di tutte le volte in cui non si è dimostrato all’altezza della situazione. Parla anche di quanto poco gli interessino le reazioni del pubblico o della critica.

“La cosa divertente, quando si gira un film, è il fatto di realizzarlo, l’atto creativo. Gli applausi non significano nulla. Anche gli elogi più sperticati non ti evitano l’artrite e il fuoco di sant’Antonio. Ed è così terribile che qualcuno non impazzisca per il tuo lavoro?”

Fobie, talenti e donne pazze

Figlio di una madre che lui stesso descrive come molto brutta e molto rigorosa, e di un padre cazzaro e mezzo delinquente, non ebbe comunque quello che si definisce “un’infanzia difficile”.

“Con due genitori amorevoli, sono venuto su sorprendentemente nevrotico. Non chiedetemi perché”.

Paranoia, nevrosi, claustrofobia vanno sicuramente a comporre un personaggio ricco di complessi e complessità almeno quanto di talento. Una delle fobie più curiose che racconta è quella degli “ingressi”. Più volte ha avuto difficoltà a partecipare alle feste e a ritirare i premi perché ha una terribile paura di entrare in un edificio. Anni di psicanalisi non hanno risolto né questo né altri problemi.

Né hanno risolto, ma non potevano, il fondamentale pessimismo cosmico, per certi versi quasi leopardiano, del cineasta americano.

“Finalmente faccio il mio ingresso nel mondo. Un mondo in cui non mi sarei sentito a mio agio, che non avrei mai capito, che non avrei mai accettato o perdonato”.

Allen non perdona il mondo, eppure è consapevole che il mondo perdona spesso i suoi errori: anzi descrive i suoi successi come una serie fortunata di coincidenze favorevoli. Nel libro combatte spesso contro la nozione di “intellettuale” che gli è stata affibbiata. Anzi parla di sé come di un mezzo ignorante, svogliato a scuola, che ha imparato qualcosa in più soltanto per far colpo sulle ragazze.

Già, le donne. Centro effettivo, come si può facilmente intuire anche dai film, della sua vita e del suo interesse; Allen è un corteggiatore discreto ma probabilmente insistente, che punta tutto sulla simpatia non essendo né molto avvenente né molto sicuro di sé. Tuttavia riscuote un certo successo, incontrando l’amore e la compagnia di donne bellissime. E, per lo più, pazze.

Le due donne che si associano comunemente a lui, cioè Diane Keaton e Mia Farrow, in realtà non lo sposarono mai. La relazione sentimentale con la Keaton fu brevissima, mentre l’amicizia e la collaborazione professionale durano da decenni. E non convolò mai neanche con Mia. Anzi dichiara che non dormì mai nella sua casa di New York, frequentando per lo più la villa nel Connecticut.

Le mogli prima di Soon Yi furono Harlene Susan Rosen, giovanissima studentessa di filosofia e pianista, da cui divorziò sei anni dopo il matrimonio (e in modo molto più astioso di quanto raccontato, quasi con tenerezza, nel libro) e Louise Lasser, bella e matta, che recitò in Prendi i soldi e scappa, Il dittatore dello stato libero di Bananas e Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere).

Due matrimoni disastrosi e due esperienze di vita molto precarie, che lo lasceranno scapolo per molti anni. Ma mai solo, né improduttivo: in una carriera iniziata a metà anni Sessanta, Allen ha mantenuto il ritmo di quasi un film all’anno (se non abbiamo sbagliato i conti, il prossimo Rifkin’s Festival che uscirà a settembre dovrebbe essere il suo cinquantesimo).

E poi sceneggiature, serie, teatro, una carriera da stand up comedian quando era giovane, e naturalmente l’attività da concertista jazz che, benché auto-criticata, lo ha portato a fare tour in tutto il mondo. Una vita e una realtà che appagherebbero chiunque. Ma non Woody.

“Io ho sempre disprezzato la realtà e bramato la magia. Ho cercato di essere un mago, ma ho scoperto di saper manipolare solo carte e monete, e non l’universo”.

Woody non si stima molto come regista ma si stima anche meno come attore. E per certi versi qualche ragione ce l’ha. Non perché sia un cattivo attore davvero, ma perché qualunque ruolo reciti, con quell’aspetto e quell’atteggiamento rimarrà sempre Woody Allen: piccolo, sfigato, insicuro, vagamente intellettuale, profondamente newyorkese, ironico e a volte caustico. A tratti tremendamente divertente.

E’ quasi una maschera popolare moderna: lo vedi che gesticola e si infervora su qualche questione facendo partire le frasi con quel trascinato “Geeesù”, naturalmente con la voce di Oreste Lionello, suo storico doppiatore italiano.

“La gente mi chiede se ho mai paura di svegliarmi una mattina e di non far più ridere. La risposta è no, perché la comicità non è una cosa che si indossa come una camicia e che si può perdere da un momento all’altro. E’ molto semplice: o sei capace di far ridere, oppure no. Non è una specie di follia passeggera. Il che non significa che tu non possa svegliarti di cattivo umore, pieno di odio per il mondo e per la stupidità della gente, esasperato per un universo privo di senso – cosa che ammetto di fare ogni mattina -, ma questo serve a cavar fuori il mio senso dell’umorismo, non a cancellarlo”.

La vox populi ritiene che i suoi primi film siano i migliori. E in certo senso la vox populi ha ragione. Gli ultimi anni lo vedono girare commedie per lo più innocue, con qualche dialogo divertente ma senza quel mix tra battute originali e fulminanti da una parte, e comicità fisica e gestuale che prende le mosse dalle radici della comicità americana: Chaplin, Buster Keaton, i fratelli Marx. Da Zelig a Il dormiglione, i film della prima ora portano con sé vasti campionari di questa mescolanza virtuosa e spesso irresistibile.

Ma è un po’ come quando dici di un musicista che non è più quello dei primi dischi. Le scelte sono due: o rifai te stesso per tutta la vita (c’è chi lo fa) o cambi e deludi qualcuno. Così, soprattutto dagli anni Ottanta, Woody si smarca da se stesso, smette gli abiti del comico a tutti i costi, gira film drammatici, si toglie dalla scena, recitando in parti secondarie, come in Hannah e le sue sorelle, oppure mettendosi a fare il regista e basta.

Per certi versi il fatto che l’autobiografia del regista newyorkese sia pubblicata prima in Europa che negli USA segue la sorte dei suoi film, soprattutto di quelli più recenti. Da sempre considerato praticamente il regista più europeo fra gli americani (benché in certo qual modo sia quello che ha raccontato meglio New York), l’amore per la sottigliezza, la nevrosi, l’ironia sparsa a piene mani hanno trovato sempre una patria più accogliente su questo lato dell’Atlantico.

Gli hanno eretto anche un paio di statue, che per ora resistono all’ondata iconoclasta. Una a Königsberg, forse per un equivoco, visto che con quella che fu patria di Kant e che oggi si chiama Kaliningrad non ha nessuna relazione e non ci ha mai messo piede. Ma il suo vero nome è Allan Stewart Königsberg, ora cambiato anche all’anagrafe, e forse il qui pro quo nasce dal cognome. La seconda, più motivata, è a Oviedo, dove ha girato in parte film come Vicky Cristina Barcelona. Ma nemmeno le statue lo hanno convinto a stimare la fama o il successo. Né in vita, né dopo la vita.

“L’inghippo è che tutti coloro che discutono le opere lasciate dall’artista e ne elogiano la grandezza sono vive e mangiano pastrami, mentre l’artista se ne sta in un’urna funeraria o sepolto nel Queens. Sapete quanto se ne fa Shakespeare di tutta la gente che canta le sue lodi; e verrà il giorno – remoto, certo, ma state pur certi che verrà – in cui tutte le opere di Shakespeare scompariranno, malgrado gli intrecci brillanti e i raffinati pentametri giambici, e lo stesso succederà a ogni pennellata di Seurat e ogni atomo dell’univero. Dopo tutto, siamo soltanto un incidente nell’universo. E neanche il prodotto di un’intelligenza benevola, ma solo l’opera di un imbranato”.

Questo è il quid di tutta la sua opera, a ben vedere. La vita, l’universo, l’arte, la musica, perfino il cinema sono totalmente privi di senso, perché tutti moriremo e non c’è altro oltre a questo mondo. Non solo: prima o poi il mondo e l’universo stesso saranno inghiottiti dall’oblio. Perciò che vale essere Shakespeare, se tutto deve scomparire, prima o poi?

Qualche senso lo si può trovare, e gli indizi sono sparsi nei suoi film, naturalmente, nei piccoli piaceri che si possono provare per qualche istante. Proprio in Hannah e le sue sorelle, dopo aver fallito un tentativo di suicidio, il suo personaggio vaga per New York e ritrova un minimo di significato di fronte a un film dei fratelli Marx.

“Mi pare che l’unica speranza dell’umanità risieda nell’illusione. Ho sempre odiato la realtà, ma è l’unico posto dove si trovino gustose ali di pollo”.

Tutta roba che passa con un bel whisky e soda

Non è questa la sede migliore per discutere soprattutto di una questione delicatissima come quella delle presunte molestie ai danni di Dylan. La vicenda è stata ampiamente dibattuta nelle sedi opportune e Allen, che non aveva precedenti e che non ha avuto altre accuse nel corso della vita, è stato scagionato in modo abbastanza chiaro da permettergli di adottare due figlie insieme a Soon Yi. Ma come si diceva, ci sarà sempre chi crede alla sua colpevolezza, anche perché la Farrow e alcuni dei suoi figli non hanno mai fatto marcia indietro nel corso degli anni.

Ed è una questione importante: posto che è giustissimo essere fermi in modo inequivocabile con chi commette violenze, specialmente su minori, con chi si approfitta della propria posizione per ottenere favori sessuali (vedi Weinstein, citato nel libro benché quasi per incidente e soltanto per un paio di incroci professionali poco rilevanti con Allen) o con chi in ogni modo molesta sessualmente o psicologicamente qualcun altro, che fare con chi poi si dimostra innocente dalle accuse?

Perché ricostruirsi una reputazione agli occhi del pubblico è praticamente impossibile. Per quante sentenze siano emesse, articoli scritti e autobiografie pubblicate, “l’uomo della strada” avrà sempre un sospetto su questo Woody Allen, forse molestatore, probabilmente incestuoso.

Del resto, accuse a parte, Allen sembra non avere davvero una grande opinione di sé.

“Come riassumere la mia vita? Tanti stupidi errori compensati dalla fortuna”

Il libro è molto godibile, spesso piuttosto spassoso, non soltanto per le frequenti battute ma anche per alcuni degli aneddoti raccontati. Come quella volta che era convinto di andare a cena a casa di Roman Polansky (un altro che ha avuto i suoi problemi con le accuse di molestie, ma che al contrario di Allen è stato riconosciuto colpevole) e invece si trova di fronte a Roman Abramovic.

Chi conosce i film di Allen avrà forse notato una certa allergia al lieto fine. Non soltanto a quello comunemente inteso, al classico: “E vissero tutti felici e contenti”. Ma anche al finale in cui la giustizia trionfi, i colpevoli siano scoperti, si arrivi, seppur dolorosamente, a una verità liberatoria. Succede in qualche film, ma non sempre. Anzi, il sottotesto più frequente è il non-senso, la mancanza di una direzione superiore, la casualità. Che si tratti di un dramma come quello di Match Point oppure di una burla, come in Amore e morte.

A volte il meglio, peraltro, lo dà all’inizio dei propri film. Per convincersene basta godersi le prime scene, in puro bianco e nero, di Manhattan. Un incipit alla ricerca dell’incipit, si direbbe, visti i tentativi abortiti di iniziare il libro da parte del protagonista del film, Ike. Ma la poesia delle immagini di New York su musica di Gershwin fa pensare in grande. Non siamo poi così lontani dal Kubrick di 2001, opera peraltro citata all’interno del film.

Manhattan, film del 1986, tra l’altro mette Woody nella situazione di un 42enne che esce con una 17enne, come in un presagio di quanto sarebbe poi avvenuto con Soon Yi. Il destino sa essere ironico. E del resto al centro della sua narrazione ci sono spessissimo anche crisi matrimoniali, che non si è certo fatto mancare, così come problemi nell’avere figli.

C’è, all’interno di Manhattan, anche il celebre elenco delle cose per cui vale la pena vivere. Un elenco molto personale, posto che oggi probabilmente sarebbe molto diverso: per esempio è improbabile che Woody includerebbe nella lista ancora Frank Sinatra, visto che Mia Farrow ha dichiarato che l’unico figlio biologico avuto da Woody è probabilmente del grande Frank, con il quale ha continuato a intrattenere una relazione durante gli anni in cui stava con il regista.

Ma nel resto della lista ci sono, fra l’altro, Groucho Marx, Joe Di Maggio, i film svedesi di cui è notorio ammiratore (soprattutto Bergman), Louis Armstrong, Marlon Brando, Cézanne e da ultimo “il viso di Tracy”, la splendida e giovanissima Mariel Hemingway protagonista del film. Quindi Amor vincit omnia? Forse, in parte, probabilmente. E se non vince, comunque non ha importanza, tanto niente ha veramente senso.

“Tutta roba che passa con un bel whisky e soda”

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Fabio Alcini