CCCP – Fedeli alla linea, “Altro che nuovo nuovo”: recensione e streaming

E’ disponibile in fisico e in digitale Altro Che Nuovo Nuovo l’album live dei CCCP – Fedeli alla Linea, che contiene brani inediti. Il disco è uscito poco prima delle tre date berlinesi che hanno fatto un discreto rumore, oltre che tre sold out.

Altro Che Nuovo Nuovo è la pubblicazione delle registrazioni del primo concerto dei CCCP – Fedeli alla Linea a Reggio Emilia il 3 giugno 1983 nella palestra dell’Arci Galileo. Un nastro perso, ritrovato, esposto dentro una teca nella mostra ai Chiostri di San Pietro “Felicitazioni! CCCP – Fedeli alla linea. 1984 – 2024” (visitabile fino al 10 marzo), considerato irrecuperabile e apparentemente inascoltabile ma che invece è stato digitalizzato e rimasterizzato.

La scaletta del concerto è formata da canzoni che al tempo non erano ancora state pubblicate. Altro Che Nuovo Nuovo contiene gli inediti Oi Oi Oi Onde, quest’ultimo utilizzato fino a ora solo per la sala della mostra.

Inedito in questa versione è anche il brano Sexy Soviet che è stato modificato più volte nel corso del tempo, fino a raggiungere una forma definitiva con la pubblicazione nel 1989 sotto il titolo di B.B.B. nell’album Canzoni Preghiere Danze Del IIº Millennio – Sezione Europa.

Nella setlist compare la cover di Kebab Träume del gruppo di Düsseldorf D.A.F., spesso proposta live dai CCCP ma mai incisa. In scaletta ci sono due dei tre brani del 7’ Ortodossia uscito nel 1984, esclusa ovviamente Spara Jurij ispirato all’incidente aereo del 1º settembre 1983.

CCCP traccia per traccia

Un’opinione pubblica un poco meno stupida“: si incomincia subito con desideri mai realizzati e con Live in Pankow, quando Ferretti e compagni volevano rifugiarsi sotto il Patto di Varsavia. La ricerca di “stabilità” assume toni parossistici e paradossali nella modalità scarna ed elettrica che forse meglio gli si addice.

Altro classico è Punk Islam: “invece di pensare continuo a salmodiare“, una canzone che è una fuga (a Istanbul, ma anche mentale). Giovanni Lindo declama da par suo, in un testo che anche a distanza di tempo non è facilissimo da decifrare, nella sua surrealtà e anche nel suo curioso spirito religioso: “Ho un presente che è Dio e che fa la cameriera“.

Ecco Sexy Soviet, con il suo passo cadenzato e le sue atmosfere scure e pazzoidi, con un po’ Tom Waits e un po’ di Bauhaus: i CCCP raccontano di che cosa è tempo, allucinandoci con rintocchi di chitarra che si allargano poi, ma sempre senza nessuna speranza sullo sfondo.

L’amaro calice di Militanz segue con tutte le sue asprezze: la nuova Cambogia e la vecchia Polonia tra gli sfondi possibili di vacanze di merda e di guerre senza tempo e senza senso. “Il passato è afflosciato/il presente è un mercato“: non si potrebbe raccontarla meglio di così.

Si alzano le Onde, infinite e inesauribili per quanto sfasate: “i sogni sono schiuma“, mentre le allucinazioni sembrano l’unica realtà possibile di un brano che è figlio della chitarra, della new wave, ma anche di alcune sostanze consumate senza troppo controllo. E’ tempo di affrontare gli Stati di Agitazione: la proclamazione di vita nonostante tutto, con il noise indistinto che arriva dalla chitarra e dalla batteria. “E mai niente di più“.

Con Trafitto si approfondisce la parte più dark dell’ispirazione, anche se anche qui “Tifiamo rivolta“: “Splende il sole e fa bel tempo nell’era democratica“, un’altra affermazione che suona beffarda e contradditoria. I discorsi “belli tondi e ragionevoli” sottolineano quanto ci si possa sentire dispersi di fronte alle solide certezze borghesi.

Ecco poi la cover ipnotica di Kebab Träume, sospesa tra Ataturk e DDR, testimone di un passato lontano ma che lancia ancora bagliori inquieti. A Stalingrado non passano: già quarant’anni fa Manifesto ci spiegava che “Meriti di più/di un posto garantito/che non avrai“, eppure non abbiamo ancora capito. Il brano si trasforma e prende derive sempre più inarrivabili.

Qual è il vostro problema? Tavor Valium Serenase, con la parodia di Casadei e il suo minuto e mezzo scarso di deragliamento elettrico. Tu Menti invece punta giusto un attimo sui contrasti: “Ucciditi/sii uomo” è un invito che forse è il caso di non prendere alla lettera. Ed ecco l’erezione triste di Mi Ami?, con i suoi spermi per ingoi molesti: anche il sesso è una valvola di sfogo senza speranza. Per non parlare dell’amore, illusione suprema.

C’è un pizzico di psichedelia nell’incipit di Morire, altro modo di confrontarsi con tutte le contraddizioni dell’epoca (ma che non abbiamo minimamente risolto, semmai aggravato). Lo sfondo di questo pezzo drammatico sono Kabul e la valle della Beqā, ma potrebbe essere la Crimea o Gaza: produci, consuma, crepa continua a essere il refrain più efficace di un modo di condurre un’esistenza senza senso.

La massima aspirazione dei CCCP è fare della musica da ballo/in posti sfigati come Reggio Emilia“: ecco, basta intendersi su che cosa si considera musica da ballo, e poi siamo a posto. La canzone manifesto si consuma tra vuoti e pieni: “fedeli alla linea/la linea non c’è“. Ma eccola, la musica da ballo: Noia scherza con le chitarre e le feste, più insistente di Facebook, giusto per urlare un po’. La disperazione che emerge mentre la chitarra sale ad altezze vertiginose è difficile da tollerare.

Si rotola giù con Sono come tu mi vuoi, che già cita Battiato (con cui Ferretti e Zamboni si reincontreranno più avanti) e che basa moltissimo su un ritmo frenetico di batteria: “non sono una pratica evasa/non sono una vertenza chiusa/non sono un vicolo cieco“. La forza del diniego è l’unica forma di resistenza, ancorché contraddittoria.

C’è ancora da cantare dell’Emilia paranoica (di cui curiosamente Spotify ignora il testo): “Aspetto un’emozione sempre più indefinibile“, mentre il brano decolla un po’ per volta, avvolgendoci di follia sempre più inevitabile. “Posso essere uno stupido felice
Un prepolitico, un tossicomane
” ma poi ci trova sempre “Da Reggio a Parma, da Parma a Reggio, A Modena a Carpi, a Carpi al Tuwat“.

Ecco poi Oi Oi Oi che ci racconta come sia troppo tardi per credere in qualcosa: è già successo tutto. “Siamo arrivati tardi/o forse è troppo presto/comunque il nostro tempo non assomiglia al vostro“: la consapevolezza di essere pionieri o ritardatari, che comunque non frena la forza bruciante di una band come nessun’altra.

Tifiamo rivolta

Non sono mai stato un fan dei CCCP, onestamente: ho amato moltissimo la versione più docile e melodica che si ottenne con la trasformazione in CSI, molto più vicina alle mie corde. Ma come si fa a non riconoscere la grandezza e la potenza del messaggio e dei modi di una band così allucinata e fuori dai canoni?

Riascoltando questi pezzi che non avevo capito all’epoca e che ora scorrono trasparenti con la loro follia lucida e con la loro preveggenza, per certi versi, mi sembra difficile non apprezzarne non soltanto la bellezza cruda e tagliente, ma anche tutti i pugni nello stomaco che il quartetto reggiano tirava con una continuità assoluta.

Il disco in questione è totalmente fuori tempo per molti motivi: il punk di oggi è una barzelletta, quasi nessuno si azzarda a parlare più di politica in una canzone (e comunque sicuramente non così), i mondi di riferimento dei CCCP sono crollati lasciando dietro di sé soltanto macerie.

Eppure quello che riverbera da queste tracce risulta assolutamente necessario, non soltanto per “risvegliare coscienze” (per quello è troppo tardi), ma almeno per riattivare un minimo di vita nei nostri cervelli che, quando non sono obnubilati, sono manganellati. Non ci rifugeremo sotto il Patto di Varsavia (per fortuna), ma magari saremo capaci di urlare ancora un paio di volte, prima che tutto crolli.

Genere musicale: punk