urrà è il nuovo album di cirri per Sabbionette Records. cirri nasce nel 2017 per mano di Paolo Grassi (Polpo) e Marco Greguori (Gre), circa un anno dopo la chiusura del progetto Viola&Mescalina, band in cui suonavano con Francesco Fugazza (produttore e musicista di Mahmood, NAVA e GINEVRA) e Marco Fugazza (a.k.a. Suorcristona, batterista per Ginevra e produttore).
Dopo aver scritto le prime canzoni si sono rivolti a Stefano Elli (Elvis) per la produzione musicale, fino alla sua entrata in pianta stabile nella band. Nel 2019 con vladimir korea, primo album della band, iniziano a delineare le sonorità del gruppo e le tematiche, spaziando dal rapporto di Gre con la figlia adolescente alla società, dall’interesse verso le popolazioni indigene all’adorazione verso la Generazione Beat (con scrittori e poeti come Kerouac e Ferlinghetti come riferimento).
“Ciascuna di queste tracce è come un sentiero nel bosco che, pur nel suo distinguersi, incrocia altre vie; osservando tutto da lontano, «urrà» è un lungo piano-sequenza narrativo in cui i personaggi si intersecano e allontanano in un racconto corale che mette in scena la vita, in tutte le sue accezioni. «urrà» è uno specchio in cui l’ascoltatore si ritrova per fare i conti con se stesso e con gli altri ma anche un progetto che sborda dal solo contesto musicale, costituendosi intorno a un’idea multidisciplinare molto più ampia e in attesa di essere raccontata in tutte le sue parti. Per il momento, le undici canzoni dei cirri sono la storia di un uomo – che è tutti gli uomini.”
Cirri traccia per traccia
Partenza molto morbida per il disco con ladylight, ballata morbida e piuttosto malinconica.
L’attitudine confidenziale prosegue con dede, che vede la collaborazione di Pietro Gregori e Delicottero. Il brano poi si apre un po’ e alza anche la voce.
Clima sostanzialmente festoso quello che apre abbraccio, che poi si fa piuttosto dreamy e anche un po’ tribale.
Si torna a toni più bassi con urrà, title track melodica e fluida, con qualche tratto cantautorale.
Passi molto cauti quelli che muove 300, soprattutto all’inizio, per poi accogliere un’apertura che sa di rock e che ha un impatto forte.
Ritmata e rimbalzante, ecco poi maya, che dispiega volontà narrative con percussioni intense.
Questioni d’infanzia e cori che si levano all’interno di wia, una promessa e una minaccia impastata di synth.
Si va in profondità con i suoni di estate, cesellata di bassi e di chitarra, con un’oscurità che avvolge le note.
Situazioni al contrario quelle raccontate da chalet, canzone di neve e di realtà sussurrate, almeno in parte. Sostanzialmente recitata, ecco poi g, accompagnata dai gemiti della chitarra, sempre piuttosto sottovoce. Si chiude in acustico, con calore, che sa di blues e di canzoni corali, di zanzare e di falò, ma senza allegria.
Canzoni piuttosto peculiari, quelle accumulate dai cirri nel nuovo album. Una scrittura singolare e a volte avvincente, che può spiazzare ma che di sicuro suscita interesse per le soluzioni adottate e per la capacità di esprimere i propri sentimenti a tutto tondo.