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Qualcuno temeva arrivasse, qualcuno se ne fregava allegramente, qualcuno sperava di no, qualcuno sperava perfino di sì. Fatto sta che la Seconda Ondata è arrivata. Chi più chi meno siamo di nuovo chiusi in casa, soltanto che stavolta non c’è nemmeno il fattore sorpresa, l’adrenalina della reazione, lo stimolo a inventarsi qualcosa di nuovo. C’è soltanto stanchezza e pessimismo, diciamocelo pure.

Si parla di pandemia, ovviamente. Ma si parla anche di musica e delle nostre vite. A volte le due cose coincidono anche. Ci siamo già giocati la carta delle canzoni dai balconi, delle dirette su Instagram, dei concerti virtuali, delle iniziative di solidarietà. Abbiamo già constatato (per lo più senza risolverli) i problemi dei lavoratori “tecnici” della musica, con poche iniziative concrete e molti proclami caduti un po’ nel nulla.

Ora che non tutta l’Italia è in lockdown, rimane comunque in zona rossa la musica dal vivo, sostanzialmente in qualunque forma, proprio per colpa di una delle sue virtù migliori: provoca assembramenti, riunisce la gente, fa sì che ci si scambino (è una metafora) fluidi mentali ed emozionali continui, scoprendo comunanze ideali o anche differenze che però ti fanno camminare sulle stesse strade, nelle stesse piazze, a braccetto pur discutendo se è meglio Calcutta o Gazzelle (Calcutta, senza dubbio), se l’indie è morto o vivo, se la trap è il nuovo punk eccetera.

Ma vicini proprio non ci si può stare. Ci abbiamo provato quest’estate ma abbiamo visto com’è finita.

Ed è vero che locali e teatri ce l’hanno messa tutta per adeguarsi alle norme, che le band e gli artisti hanno fatto tutto quello che era possibile per non fare casini, ma io lo capisco anche, che non basta, perché se a teatro stiamo tutti distanziati ma in fila, prima, dopo, al baracchino di fronte, nei mezzi di trasporto (che qualcuno avrebbe dovuto raddoppiare, triplicare, ma questa è un’altra storia) ci si ammassa anche senza volerlo, questo piccolo nemico bastardo circola lo stesso.

Quindi subentra la rassegnazione, la stanchezza, un po’ di smarrimento. Che fare, ora? Che fare, ancora? Ha senso rimettere in piedi gli stessi rituali, nuovi ma già un po’ stantii, della musica virtuale? Ha senso perfino produrre o promuovere musica nuova, se comunque nessuno potrà ascoltarla dal vivo?

Be’, sì. Intanto perché l’arte ha una funzione “consolatoria”, anche se non è la sua prima caratteristica. Dovrebbe spaccare i muri delle convenzioni, scardinare i modi di pensare, fare apprezzare il Bello anche quando non sta nei canoni, far aprire gli occhi e sconvolgere (il borghese, ma anche tutti gli altri). Ma può e in certi casi deve anche consolare. Che non è un verbo sfigato: è anzi una delle attività più alte e civili. Ti prende da parte e ti aiuta a superare un momento difficile.

Forse non è questo il momento per i grandi orizzonti, per le idee che rompono tutto, per le rivoluzioni di senso. E’ più il momento dell’attesa e della cura. Con l’aiuto della musica ce la possiamo fare.

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