Paul Weller: come un direttore d’orchestra
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Madly rushing through the streets
There’s no more hours left to give
When nothing comes of nothing
Full of empty thoughts of more

Paul Weller, “More”

Qualche anno fa (molti anni fa) mi capitò di vedere Paul Weller in concerto a teatro a Milano. Era solo, ma veramente solo, se si eccettuano le numerose chitarre di cui faceva sfoggio sul palco. Quel tour finì sul live Days of Speed, ed è uno dei ricordi più vividi fra i miei non pochissimi concerti visti.

Del resto stiamo parlando di un tizio che ha avuto tre vite artistiche distinte (il punk di The Jam, il soul-pop stiloso degli Style Council, il songwriting sofisticato ma mai pretenzioso da solista) e con tutte e tre ha influenzato legioni di band e cantautori. A partire dagli Oasis. Che però la classe di Weller possono continuare a sognarsela.

Il cantautore di Woking ha pubblicato oggi On Sunset, il nuovo disco di inediti. Cronaca narra che abbia iniziato a lavorare al nuovo album nel 2018, dopo la pubblicazione di True Meanings. On Sunset contiene dieci canzoni, più cinque “extra”.

L’album è stato scritto e registrato presso i Black Barn Studios nel Surrey, prodotto da Jan “Stan” Kybert e dallo stesso Paul con l’aiuto di Charles Rees. Gli arrangiamenti per archi sono di Hannah Peel.  Weller è accompagnato della sua band di sempre, Ben Gordelier, Andy Crofts e Steve Cradock. Al disco hanno collaborato Jim Lea degli Slade suonando il violino in “Equanimity”, l’amico Mick Talbot (a riformare per un attimo il cuore degli Style Council), Josh McClorey degli Stripes. In “More” una strofa è cantata dalla cantante francese Julie Gros della band Le Superhomard. Il trio folk inglese The Staves contribuisce con i cori per tre tracce.

Paul Weller: quale tramonto?

Qual è il tramonto al quale si allude nel titolo di On Sunset? Difficilmente l’allusione è quella a un tramonto creativo. Primo perché nessun artista ha un ego così ristretto da ammettere un benché minimo calo. E secondo perché anzi Mr. Weller qui sembra piuttosto in forma e in fiducia.

Così in fiducia da piazzare un pezzo da 7 minuti e 37 secondi proprio in apertura: gira la Mirror Ball, che a dispetto del titolo non ha niente di discotecaro, neanche d’antan. Al contrario è una ballatona morbida che mette in evidenza la voce sempre straordinaria del Modfather. Che poi si lascia andare a escursioni sperimentali e psichedeliche. Una canzone che è già un piccolo disco a se stante, con cambi di scenari e di suoni.

C’è qualche influsso blues a strappo in pezzi come Baptiste, ma l’amore per la melodia non si assopisce mai: il pianoforte di Old Father Tyme accende un’onda sonora quasi orchestrale, con influssi soul e un finale in ammorbidimento, per poi ripartire a caccia di ritmi.

Classic Paul Weller è quello che emerge dai ritmi tranquilli di una Village. More, che è stata scelta come singolo, si allunga fin quasi ai sette minuti, inserisce voci femminili e qualche accenno orientaleggiante, in un tessuto che rimane però vibrante dalla prima all’ultima nota.

On Sunset, la title track, inserisce un elemento beatlesiano, anzi harrisoniano, fra onde del mare che si infrangono e tastiere vintage. Anche qui ci si allunga con piena libertà, si inseriscono gli archi, si sorseggia un cocktail e si riflette sulla vacuità della vita.

Un po’ di swing e qualche divagazione morbida si manifesta all’interno di Equanimity, che si fa accompagnare dalla big band, fiati e tutto. Con Walkin’ si cammina, ma è una marcia che prevede sorprese e un movimento non prettamente rettilineo, con qualcosa dei Kinks nel sangue.

Lavora su elementi un po’ più oscuri Earth Beat, che accentua le sensazioni elettroniche ma finisce con un organo molto “religioso”. Si sfocia così in Rockets, dei razzi molto tranquilli che chiudono la parte “regolare” del disco, con modi molto placidi e mettendo insieme acustica ed elettronica, mai troppo invasiva in verità. Anche qui c’è una parte sonora “da orchestra”, come ad allargare un orizzonte già non angusto.

Iniziano poi gli “extra”: per esempio lo strumentale “fantasmatico” 4th dimension, oppure la fantasiosa Ploughman, ancora con accenni beatlesiani ma anche capace di muoversi in molte altre direzioni.

Si rientra in ranghi acustici e di marca folk con I’ll Think of Something. Ultime variabili possibili sono l’Orchestral Mix di On Sunset e lo strumentale di Baptiste.

L’unica cosa veramente discutibile del disco di Weller è una copertina francamente poco creativa. Ma c’è chi si può permettere anche questo, e l’ex Jam è sicuramente nel novero.

Tornando al discorso iniziale: quella volta che vidi Paul Weller era solo sul palco, con la compagnia unica delle sue chitarre, eppure suonava come se ci fossero dieci musicisti sul palco. Con un’energia, un’inventiva, delle capacità strabilianti.

Ma Weller è stato sempre uomo di squadra, pur con i propri spigoli, e conferma anche in questa maturità la capacità di miscelare suoni e collaboratori. E in questo disco si comporta da direttore d’orchestra: scrive, presta la sua voce incantata, ma coordina movimenti e sensazioni, ottenendo un disco di alto livello.

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