Ennio Morricone: uno stile trasversale

C’è una tale messe di aneddoti e di storie che circondano Ennio Morricone che in un articolo solo è difficilissimo farceli stare. Per esempio: da ragazzino giocava a pallone nelle giovanili della Roma e lo chiamavano “il Pistolero“, presagio di colonne sonore a venire. C’è un asteroide dedicato a lui, 152188 Morricone. Sergio Pizzorno, chitarrista dei Kasabian, ha chiamato Ennio suo figlio, come tributo esplicito. Era compagno di classe di Sergio Leone alle elementari, giusto per dire che non sempre la didattica a distanza offre i risultati migliori.

Ma non è per raccontare aneddoti che siamo qui a scrivere oggi. E’ ovvio che una persona di infinito talento che attraversi quasi un secolo, incontrando e lavorando con le migliori menti della sua generazione raccolga racconti. Piuttosto ciò che c’è da sottolineare è come un musicista di estrazione classica, diplomato in tromba a Santa Cecilia, sia riuscito a diventare un personaggio così trasversale, senza peraltro esagerare mai i toni, con un aplomb e uno stile che poco si adattono alle epoche di urla che ha attraversato.

E’ vero che la sua attenzione dal mondo classico si è spostata presto verso il pop: suoi gli arrangiamenti di brani fondamentali per la musica italiana, da Sapore di sale a Se telefonando, nonché di mille successi di personaggi del pop italiano, da Gianni Morandi a Edoardo Vianello.

Ma naturalmente è l’incontro con il cinema quello che dà il via alla leggenda vera: prima gli spaghetti western del vecchio amico Leone, di Duccio Tessari, di Sergio Corbucci, per soundtrack leggendarie come quelle di Per un pugno di dollari, Il buono il brutto il cattivo, C’era una volta il West e tantissimi altri. Incrociò e lavorò anche con altri personaggi fondamentali per il cinema italiano, come Totò e Pier Paolo Pasolini.

Si trattò di film e musiche dal respiro così internazionale da attirare l’attenzione dei registi americani, che richiesero la sua opera: John Carpenter, Brian De Palma, Barry Levinson, Mike Nichols, Oliver Stone e da ultimo Quentin Tarantino, ammiratore a tutto tondo di Morricone, tanto da sceglierlo per musicare The Hateful Eight, che valse al musicista romano il suo secondo Oscar nel 2016.

Già perché ci sarebbero da enumerare i premi e i riconoscimenti: due Oscar, con quello alla carriera, che arrivò curiosamente prima di quello tarantiniano, nel 2007, consegnato da Clint Eastwood, protagonista di tanti film di Leone. E poi tre Grammy, quattro Golden Globes, dieci David di Donatello, undici Nastri d’argento, un Leone d’oro alla carriera. Suo il tema ufficiale dei campionati mondiali di calcio del 1978 in Argentina.

The Edge, chitarrista degli U2, ha dichiarato che Morricone era il suo artista preferito. Springsteen e i Mars Volta hanno usato la sua musica per aprire i loro concerti. Il rock e il pop internazionali hanno saccheggiato a più riprese il suo repertorio. Qualcuno a mo’ di omaggio, come i Metallica, i Muse, Mike Patton, John Zorn. Qualcuno costruendoci il proprio sound, come i Calexico. Collaborò perfino con i Pet Shop Boys, le cui sonorità difficilmente ci si sognerebbe di accostare alle dinamiche morriconiane.

Già, “morriconiane”. Perché va sottolineato come anche sulle pagine di TRAKS, nelle recensioni, centinaia di volte abbiamo usato questo aggettivo.

A volte come semplice sinonimo di “western”, ma più spesso per intendere quel modo di usare un’orchestra o anche una semplice sezione d’archi in un contesto pop ma con uno stile così riconoscibile e marcato da far sembrare tutto il resto una citazione o un’imitazione.

Non c’è bisogno di specificare quanto e fino a che punto band come i Calibro 35 (ma anche altre formazioni che prendono spunto dalle colonne sonore italiane dagli anni Sessanta in avanti) venerino e abbiano fatta loro la musica del Maestro. Ed è necessario mettere in questo contesto anche gruppi come Bud Spencer Blues Explosion o i “collegati” I Hate My Village di Alberto Ferrari (Verdena).

La verità è però che a ben guardare trovi pezzetti di Morricone dappertutto. Perché a quasi tutti è venuta voglia, prima o poi nella carriera, di fare un pezzo “alla Morricone”. Tra l’altro spesso in ambiti teoricamente molto lontani dal punto di partenza, per esempio l’hip hop.

E probabilmente il lascito maggiore che ci rimane è proprio questo: una personalità e un talento così straordinari che a volte per riconoscerlo bastano tre accordi, anche inseriti nella musica altrui. Se non è grandezza questa, non so cosa sia la grandezza.