“The Last Dance”: l’ultimo ballo di Michael Jordan, “The Black Jesus”

Have you the belief that the road ahead ascends off into the light?
Seems that needlessly it’s gettin’ harder
To find an approach and a way to live…

Pearl Jam, “Present Tense”

C’è una canzone che accompagna il finale dell’ultima puntata di The Last Dance, la serie Netflix dedicata all’ultimo campionato NBA vinto da Michael Jordan e dai suoi Chicago Bulls. Si tratta di Present Tense dei Pearl Jam, un brano che invita a evitare i rimpianti e a vivere intensamente nel presente. Una canzone profonda e speranzosa, proveniente da No Code, album del 1996, cioè due anni prima dei fatti narrati dalla serie. I Pearl Jam pubblicarono un album anche nel 1998, Yield, ma non era un capolavoro.

The Last Dance racconta, in dieci puntate e con vasto uso di flashback, l’avventura sportiva e umana di una delle più grandi squadre esistite. Non semplicemente di basket: una delle combinazioni di esseri umani più notevoli e ricche di talento che si siano mai viste.

Il docufilm ha una narrazione serrata e viaggia di quando in quando nelle vite dei personaggi centrali della squadra: il coach-guru-intellettuale Phil Jackson e i suoi dissidi con il general manager Jerry Krause; il gregario tiratore Steve Kerr, poi a sua volta coach di assoluta eccellenza; il pazzo e pazzesco Dennis Rodman, capace di saltare un allenamento durante le finali per fare una comparsata in un incontro di wrestling.

E il talento croato Toni Kukoc, fenomeno in Europa e ghettizzato in America prima che si comprendesse la sua grandezza. E Scottie Pippen, giocatore meraviglioso ma personalità ricca di insicurezze, perfetto secondo violino ma con evidenti limiti quando si è trattato di prendersi la squadra sulle spalle.

Ma parliamoci chiaro: tutto questo ha senso perché c’è Michael Jordan. Il basket è uno sport di squadra e in nessuno sport di squadra un giocatore vince da solo. Ma Jordan è stato abbastanza straordinario da trascendere la squadra, caricarsela sulle spalle, spronarla, spingerla fino a vincere sei campionati in otto anni.

Non che abbia fatto soltanto questo: ha incarnato la figura dell’eroe moderno, del punto di riferimento ideale per la società americana. C’è Barack Obama nella serie, quando c’è da fare qualche raccordo importante o da fornire una visione d’insieme a carattere “storico”.

Perché è così: Michael Jordan è una figura storica, forse il primo afroamericano a diventare davvero un idolo per tutta l’America e per molta parte del mondo.

“Be Like Mike” diventa presto uno slogan che oggi si direbbe “virale”. Almeno quanto diventa di successo la Nike, semioscuro marchio di calzature che grazie a Jordan diventa un gigante dell’abbigliamento sportivo.

Quindi un’agiografia? Che bravo Mike, che impareggiabile atleta e fenomeno? Non così in fretta. Seppur con moderazione, la serie non nasconde i lati oscuri, non pochi, della personalità di Jordan. Così competitivo da diventare uno scommettitore accanito, anche sulle proprie partite di golf, tanto da perdere somme molto rilevanti e da non rendersi conto di avere un problema con il gioco, reso appena meno rilevante dal fatto di avere ricchezze enormi di cui disporre.

E così drammaticamente concentrato sulla vittoria da maltrattare verbalmente i compagni troppo gentili e troppo poco determinati. O da imporre la regola di non passare la palla a un ben determinato compagno scarso nei minuti decisivi della partita. Una volta chiese di non servire cibo in aereo a un “amico” che non aveva reso al cento per cento in campo.

Jordan è così concentrato su se stesso da non appoggiare apertamente un candidato afroamericano al Senato nelle elezioni del suo Stato di nascita, il North Carolina, contro un avversario razzista, nonostante sua madre glielo chiedesse, perché, disse, “anche i Repubblicani comprano le sneaker”. Si giustificherà dicendo che scherzava, ma la sensazione di ipocrisia rimane.

Non ci sono eroi senza lati oscuri. La sensazione, l’aura che Jordan trasmette è tale, nel bene e nel male, che molti pensano a un complotto sia quando suo padre è ucciso in circostanze comunque non chiarissime, sia quando si ritira una prima volta per quasi due anni (sarà la prima delle tre volte in cui lascia il campo) proprio a seguito della morte del padre, ma anche per mancanza di stimoli e per provare a giocare a baseball.

Ma girano voci strane sul suo ritiro: per esempio che la NBA l’abbia squalificato proprio per le sue scommesse ma che non abbia avuto la possibilità di dirlo apertamente per evitare la rivolta del pubblico del basket. Tutti negano, ma qualcuno ci crede lo stesso.

Lo chiamano, e a volte si chiama da solo, Black Jesus, il Gesù nero, capace di salvare il basket, forse l’America, forse il mondo. E una funzione salvifica se la sente addosso davvero. Quando ritorna al basket dopo il primo ritiro vuole semplicemente riscattare la sua squadra, gli Chicago Bulls, ma anche lo sport americano impelagato nelle dispute contrattuali che bloccano il campionato di baseball. Il fax che manda alla Lega è un manuale che chi scrive comunicati stampa, di ogni argomento, dovrebbe seguire con attenzione. Contiene solo tre parole: I’m back.

Jordan si ritira una seconda volta proprio dopo il titolo del 1998 e dopo quella che coach Jackson ha definito “The Last Dance”, l’ultimo ballo celebrato da quella squadra formidabile. Ma tornerà di nuovo. L’anno è il 2001, le Torri sono cadute da due settimane e Jordan annuncia il proprio ritorno in NBA il 25 settembre, donando il proprio stipendio in beneficienza ai famigliari delle vittime delle Twin Towers.

Oggi Jordan fa il proprietario di una squadra piuttosto modesta e fuori dal campo non ha mostrato le stesse capacità viste con la palla in mano. Ma “The Last Dance” ha tenuto gli spettatori incollati a Netflix, proprio durante un’altra crisi epocale, un altro momento di necessità assoluta di eroi da parte dell’America.

Di quell’America che per decenni ha raccontato se stessa come il centro del mondo, come la salvatrice dell’universo. Quell’America sulla quale avremmo scommesso a occhi chiusi, forti di centinaia di film catastrofici in cui sì, gli alieni distruggono il Taj Mahal e il Colosseo, ma alla fine una pattuglia di eroi americani salva tutto e tutti.

E invece proprio no: alla Casa Bianca c’è un tizio che ha negato la pandemia, ha dato la colpa ai cinesi, ha cercato di comprare il vaccino in esclusiva, ha consigliato di farsi di candeggina.

E per strada eroi americani non se ne vedono, semmai qualche cretino che nega ancora il Covid, trecentomila e rotti morti dopo.

Il resto del mondo faticosamente si sta rialzando mentre l’America arranca e continua a contare i cadaveri. E la sensazione è che quando il virus sarà passato bisognerà fare i conti con la crisi, con i disoccupati e con le falle evidenti del sistema americano, vincente per decenni ma ora arrivato alla resa dei conti con un mondo troppo complicato da gestire.

Basterà fare appello a Michael Jordan e alle sue gesta eroiche per rialzarsi, questa volta? Se la risposta sarà affermativa, forse quell’appellativo “Black Jesus” non suonerà più così blasfemo.

Fabio Alcini